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Lavoro nero - un giorno e l'INPS addebita un intero trimestre di contributi- è legittimo?

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Lavoro nero di un solo giorno presunto con verbale. La diffida impartita ai fini della maxi sanzione legittima la richiesta dell'INPS di versare la contribuzione di un intero trimestre?

E' questa la domanda sulla quale si è pronunciato il giudice del lavoro di Caltanissetta la quale, con la sentenza n. 38/2024 ha preso una posizione degna di rilievo sotto il profilo giuridico.

Il caso

L'azienda, con l'opposizione, ha chiesto di

- Dichiarare che la pretesa dell’INPS è priva di valida fonte delle obbligazioni pertinenti la pretesa;

- Dichiarare che la pretesa dell’INPS presuppone un onere della prova (dell’obbligazione) a carico dello stesso istituto;

- Dichiarare che illegittime sono sia la pretesa contributiva di marzo e aprile 2020 che le pretese sanzionatorie civili (€ 153,98, € 52,51) addebitate per travisamento delle norme in materia di opportunità di riduzione di sanzioni amministrative;

Occorre anche considerare la sovrapposizione che una interpretazione coerente con la pretesa dell'INPS realizza assieme alla maxi sanzione amministrativa già applicata ai sensi della legge 689/81 per il giorno 13 gennaio 2020 ed oggetto di separato giudizio di opposizione a sanzione amministrativa.

Cosa afferma la sentenza n. 38/2014?

“… la pretesa contributiva deriva direttamente dal verbale unico di accertamento, all’interno del quale è espressamente indicata la potestà impositiva dell’Ente per il recupero dei contributi. Poiché risulta documentalmente provato (e non contestato) che il lavoratore, in  seguito all’accertamento, non è stato assunto per giorni 90 ma per una durata inferiore,  risulta legittima la pretesa del pagamento contributivo per i giorni rimanenti.”

Le nostre perplessità su "lavoro nero sanzioni"

Al di la delle varie posizioni circa gli aspetti quantitativi e probatori di cui al D.L. 338/89, occorre considerare che è stata addebitata una soglia minima di contribuzione INPS avulsa da ogni logica giuridicamente sostenibile sulla base delle seguenti considerazioni.

La portata giuridica della “diffida” così come considerata in sentenza -

Il D. L.vo 124/2004 prevede due distinti modelli di diffida.

  • Una diffida accertativa per crediti patrimoniali

disciplinata dall’art.lo 12 che riguarda “inosservanze alla disciplina contrattuale da cui scaturiscono crediti patrimoniali in favore dei prestatori di lavoro” e sostituisce, con lo strumento amministrativo, il più noto Decreto Ingiuntivo. Detta tipologia di diffida, contrariamente a quella evidenziata in sentenza, oltre a richiedere il richiamo a motivate inosservanze alla disciplina contrattuale da cui scaturiscono crediti patrimoniale a favore dei lavoratori, richiede precise e specifiche formalità che precedono la formazione del titolo esecutivo anche sotto il profilo conciliativo.

  • Una “diffida” semplice

disciplinata dal successivo articolo 13 che vale solo per “inadempimenti dai quali derivino sanzioni amministrative, questi provvede a diffidare il trasgressore e l’eventuale obbligato in solido, ai sensi dell’articolo 6 della legge 24 novembre 1981, n. 689, alla regolarizzazione delle inosservanze comunque materialmente sanabili” con la possibilità di “estinguere gli illeciti ottemperando alla diffida e provvedendo al pagamento della somma di cui al comma 3 ovvero pagando la medesima somma nei casi di illeciti già oggetto di regolarizzazione”.

Il caso offerto in giudizio

è solo quella “diffida” che, ex art.lo 13, diversamente da quanto previsto per la diffida accertativa di crediti patrimoniali di cui all’articolo 12, è circoscritta alle procedure sanzionatorie di tipo amministrativo disciplinate dalla legge 689/81.

E’ quindi evidente, a nostro avviso e cn tutte le riserve che il caso richiede, il travisamento normativo che ha indotto il giudice di primo grado a concludere nel senso che si palesa viziato da violazione di legge.

A nostro avviso il giudice di primo grado ha travisato anche la portata del “provvedimento di diffida” attribuendo allo stesso un rilievo retributivo prima e contributivo dopo, non fondato sulla corretta interpretazione dei fatti, degli atti e dei presupposti giuridici.

I nostri dubbi di costituzionalità

Se tuttavia anche dovessero residuare dubbi sul punto appare meritevole riflettere su un ulteriore aspetto che riguarda le conseguenze che produrrebbe una interpretazione conforme a quella che ha dato il giudice di primo grado.

Una tale statuizione costituisce una interpretazione illogica sotto il profilo della costituzionalità, rilevante e non manifestamente infondata.

Se quanto affermato dall’INPS ed avallato in primo grado dovesse passare indenne il vaglio di altri giudizi al punto da diffondersi come prassi, si andrebbe a sancire che, ogni volta che si ipotizza una qualunque prestazione al nero (con tutte le riserve del caso – art.li 2697 e 2.700 c.c.), anche se di un solo minuto, nessun rapporto di lavoro dovrà essere formalizzato, pagato e coperto da contribuzione, per  una durata inferiore a 90 giorni.

Evidente appare quindi l’illogicità circa la natura sanzionatoria che inevitabilmente la norma andrebbe di fatto a costituire. L'obbligazione pretesa, infatti, non essendo fondata né su una prestazione lavorativa né su un’obbligazione contributiva, andrebbe a violare anche i principi sanciti dagli art.li 3 e 97 della Carta Costituzionale.

Vale la pena di ricordare come una questione simile a suo tempo trattata con sentenza n. 254 del 13 novembre 2014 (pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 19.11.2014) sia stata risolta dalla Corte Costituzionale dichiarando l’illegittimità dell’art. 36 bis, comma 7, lettera a), del Decreto Legge n. 223/2006, convertito con modificazioni dall’art. 1, comma 1, Legge n. 248/2006, nella parte in cui stabilisce che “l’importo delle sanzioni civili connesse all’omesso versamento dei contributi e premi riferiti a ciascun lavoratore non può essere inferiore a 3.000 euro, indipendentemente dalla durata dell’attività lavorativa accertata.

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