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Minimale contributivo in edilizia

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Minimale contributivo in edilizia e contribuzione virtuale - La questione trattata dalla Corte di Cassazione con l'ordinanza 13843 del 2024 riguarda il mancato pagamento del minimale contributivo per alcuni lavoratori e riguarda l'opposizione ad un avviso di addebito e un verbale unico di accertamento emessi dall'INPS.

L'edilizia è un settore che ha sempre fatto discutere molto sia riguardo alla legittimità del sistema casse edili che sul minimale contributivo.

Di qualche caso ci eravamo già occupati anche riguardo alla contribuzione del lavoro a tempo parziale .

Il Caso

La società aveva ricevuto un avviso di addebito da parte dell'INPS per non aver versato il minimale contributivo previsto per alcuni lavoratori. La medesima società ha contestato questo avviso, ma sia il tribunale di primo grado che la Corte d'Appello di Lecce hanno respinto la sua opposizione.

La Corte d'Appello, in particolare, ha rilevato che:

  1. Era stata provata la corresponsione di retribuzioni inferiori a quelle previste dal contratto collettivo nazionale di lavoro (CCNL). La società non aveva contestato specificamente questo rilievo né le risultanze della consulenza contabile d'ufficio che quantificava le somme evase.
  2. I contributi erano dovuti anche in caso di sospensione dell'attività lavorativa concordata tra datore e lavoratore, basandosi sulla giurisprudenza consolidata.

Motivazioni del Ricorso in Cassazione

La società Cavallo Francesco e Figlio S.r.l. ha presentato ricorso in Cassazione articolando tre motivi principali:

  1. Nullità della sentenza per violazione degli articoli 132 e 118 delle disposizioni di attuazione del codice di procedura civile (c.p.c.): La società sosteneva che la Corte d'Appello non avesse motivato adeguatamente il rigetto del gravame, limitandosi a richiamare una precedente sentenza (Cass. n. 4690/2019).
  2. Violazione e falsa applicazione degli articoli 414 e 416 c.p.c., in combinato disposto con l'articolo 2697 del codice civile (c.c.): La società riteneva che la Corte d'Appello avesse invertito l'onere della prova, non considerando che spettava all'INPS dimostrare i fatti costitutivi della propria pretesa.
  3. Violazione e falsa applicazione dell'articolo 1 del decreto legge n. 338/1989, convertito con modifiche nella legge n. 389/1989, dell'articolo 12 della legge n. 153/1969, degli articoli 2, comma 25, della legge n. 549/1995 e 29, comma 1, del decreto legge n. 244/1995: La società sosteneva che la sospensione dell'attività lavorativa concordata con i lavoratori, anche se non comunicata all'ente previdenziale, avrebbe dovuto escludere l'obbligo di pagamento dei contributi.

Soluzione Prospettata dalla Corte di Cassazione

Primo Motivo di Ricorso

La Corte di Cassazione ha respinto il primo motivo di ricorso, affermando che la sentenza della Corte d'Appello non era affetta da nullità per difetto di motivazione. La giurisprudenza consolidata della Cassazione stabilisce che la nullità della sentenza per violazione dell'articolo 132 c.p.c. sussiste solo quando vi è una mancanza assoluta di motivi sotto l'aspetto materiale e grafico, una motivazione apparente, un contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili o una motivazione perplessa e obiettivamente incomprensibile. Nel caso in esame, la Corte d'Appello aveva chiaramente esposto il percorso logico-giuridico che aveva portato alla decisione, facendo proprie le argomentazioni della precedente sentenza Cass. n. 4690/2019 e adattandole alla fattispecie concreta.

Secondo Motivo di Ricorso

Anche il secondo motivo di ricorso è stato giudicato infondato. La Corte di Cassazione ha ritenuto che non vi fosse stata alcuna violazione dell'articolo 2697 c.c. La Corte d'Appello aveva correttamente ritenuto che l'INPS avesse fornito la prova del pagamento di retribuzioni inferiori a quelle previste dal CCNL, basandosi sulla mancata contestazione specifica da parte della società dei rilievi mossi nel verbale unico di accertamento e delle risultanze della consulenza tecnica d'ufficio (CTU). La Cassazione ha sottolineato che questa valutazione in punto di prova non era contestabile sulla base di una pretesa violazione dell'articolo 2697 c.c.

Terzo Motivo di Ricorso - minimale contributivo inps -

Il terzo motivo di ricorso è stato anch'esso respinto. La Corte di Cassazione ha affermato che la sospensione dell'attività lavorativa concordata tra datore e lavoratore non esclude l'obbligo di pagamento dei contributi previdenziali. Nel settore edile, cui appartiene la società ricorrente, i casi di esclusione dal pagamento dei contributi sono tassativamente previsti dall'articolo 29 del decreto legge n. 244/1995 e dal relativo decreto ministeriale del 16 dicembre 1996. Al di fuori di questi casi specifici, l'obbligo contributivo permane, anche in caso di sospensione concordata dell'attività lavorativa. La Cassazione ha ribadito questo orientamento, confermando la correttezza della sentenza impugnata.

Esito del giudizio di Cassazione

La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso della società confermando la sentenza della Corte d'Appello di Lecce.

Considerazioni sul caso

L'ordinanza della Corte di Cassazione evidenzia l'importanza di fornire una motivazione adeguata e dettagliata nelle sentenze, soprattutto quando si richiamano precedenti giurisprudenziali.

Inoltre, ribadisce che l'onere della prova rimane a carico dell'INPS per dimostrare il mancato pagamento del minimale contributivo, ma che la mancata contestazione specifica da parte della società può essere considerata come prova acquisita.

Infine, la decisione sottolinea che, nel settore edile, la sospensione dell'attività lavorativa concordata tra datore e lavoratore non esclude l'obbligo di pagamento dei contributi previdenziali, a meno che non rientri nei casi tassativamente previsti dalla normativa vigente.

Il provvedimento della Corte di Cassazione

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