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Agevolazioni contributive. Come cambia il comma 1175 con il D.L. n. 19 del 2 marzo 2024.

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Il mondo della revoca dei benefici si complica e capire quale saranno le conseguenze rischia di diventare una nuova giungla giuridica.

L’articolo 29 del D.L. 19/2024 interviene sull’articolo 1 comma 1175 della legge 296/2006 che diventa il seguente.

  1. A decorrere dal 1º luglio 2007, i benefici normativi e contributivi previsti dalla normativa in materia di lavoro e legislazione sociale sono subordinati al possesso, da parte dei datori di lavoro, del documento unico di regolarità contributiva, ---  all’assenza di violazioni nelle predette materie, ivi comprese le violazioni in materia di tutela delle condizioni di lavoro nonché di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro individuate con decreto del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, fermi restando gli altri obblighi di legge ed il rispetto degli accordi e contratti collettivi nazionali nonché di quelli regionali, territoriali o aziendali, laddove sottoscritti, stipulati dalle organizzazioni sindacali dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale.

«1175 -bis . Resta fermo il diritto ai benefici di cui al comma 1175 in caso di successiva regolarizzazione degli obblighi contributivi ed assicurativi, secondo quanto previsto dalla normativa vigente, nonché delle violazioni accertate di cui al medesimo comma 1175, entro i termini indicati dagli organi di vigilanza sulla base delle specifiche disposizioni di legge. In relazione alle violazioni amministrative che non possono essere oggetto di regolarizzazione, il recupero dei benefici erogati non può essere superiore al doppio dell’importo sanzionatorio oggetto di verbalizzazione.».

Facciamo qualche esempio di novità.

  1. Comma 1175 - Una volta che saranno individuate con decreto del Ministro del lavoro le precise tipologie di violazioni in materia di sicurezza sul lavoro il rilievo di violazioni specifiche consentono agli enti di revocare i benefici contributivi.

In questo caso è possibile che il predetto decreto ministeriale individui anche le soglie economiche ed i parametri temporali entro i quali la norma può essere applicata.

  1. Comma 1175 bis – Il diritto ai benefici non viene toccato nel caso in cui vi sia stata una successiva regolarizzazione entro i termini di legge o quelli indicati dagli organi di vigilanza. La norma estende, di fatto, la revoca, soltanto ai datori di lavoro che non pagano i contributi o non provvedono a quelle attività che vengono interpretate come regolarizzazioni o termini assegnati dal personale ispettivo. In altre parole chi paga mantiene i benefici contributivi e chi non paga nei termini di legge o assegnati se li vedrà revocare.
  2. Comma 1175 bis – La norma lascia intendere che costituiscono ragioni di revoca delle agevolazioni anche le violazioni amministrative che non possono essere oggetto di regolarizzazione (qui si entra nel campo degli illeciti amministrativi regolamentati dalla legge 689/81), ma lo fa stabilendo un tetto entro il quale la revoca può essere estesa. In questo caso rimane il dubbio sull’importo di soglia in quanto, salvo i casi di sanzione amministrativa prevista in misura fissa, si dovrà capire su quale contesto numerico si svilupperà il calcolo quando la sanzione oscilla tra un minimo e un massimo.

L’esame della nuova normativa fa capire che potrebbero saltare quei limiti precedentemente fissati dall’art. 6, comma 10 del d.l. 338/1989 (c.d. norma calmieratrice), che così recita:

Le disposizioni di cui al comma 9 operano per una durata pari ai periodi di inosservanza anche di una delle condizioni previste dallo stesso comma aumentati del 50 per cento. Nelle ipotesi di cui alle lettere b) e c) del medesimo comma 9 la perdita della riduzione non può superare il maggiore importo tra contribuzione omessa e retribuzione non corrisposta”.

In effetti anche il disposto dell’art. 1 del D.L. 22 marzo 1993, n. 71, laddove in relazione agli sgravi contributivi aveva stabilito che “restano ferme le disposizioni di cui all’art. 6, commi 9, 10, 11,12 e 13, del D.L. 338/1989, n.338, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 dicembre 1989, n. 389, e successive modificazioni ed integrazioni” confermerebbe sia la stabilizzazione del principio di proporzionalità che la portata generale dell’art. 6, comma 10 del D.L. 338/1989.

In molte sedi la disposizione era stata definita “norma di civiltà giuridica” anche se per alcuni tribunali, facendo riferimento il titolo del gruppo di articoli, al mezzogiorno d'Italia, non riguardava in centro ed il nord.  

Non si sa, al momento, se tale contenitore delle sanzioni possa coesistere con tale inasprimento delle ipotesi di revoca o se invece dovrà soccombere lasciando spazio alle più impellenti ragioni di stato.

A nostro avviso l'art. 6, comma 10, parametrando la sanzione (revoca dei benefici contributivi) alla gravità dell’inadempimento contributivo posto in essere dall’azienda, deve effettivamente  essere considerata una norma di civiltà con portata generale secondo un principio di proporzionalità affermato dalla Corte Costituzionale nella storica sentenza n. 254/2014.

Se si considera l’esigenza del rispetto del principio di uguaglianza sostanziale (art.lo 3 comma 2 Cost.) e di buon andamento della pubblica amministrazione (art.lo 97 Cost.) ogni norma dovrebbe non solo rispondere, ma anche essere interpretata secondo i principi cardine del sistema costituzionale.

Le nostre considerazioni

L'attuale sistema basato sulla proliferazione degli incentivi e sulla loro demonizzazione in caso di assenza di DURC od altre violazioni anche di mera attuazione amministrativa non appare in grado di reggere di fronte alle esigenze di una concorrenza di mercato basata sulla parità di condizioni degli operatori economici.

Le singole imprese sono sempre più soggette alla possibilità che qualche funzionario ispettivo trovi qualcosa che non va ed è ormai quasi impossibile che questo non avvenga. Anche l'introduzione della c.d. lista di conformita' dell'INL (una sorta di imprese buone da distinguere dalle altre cattive) prevista dal predetto D.L. 19/2024 art.lo 29 commi 7 e seguenti, rischia di essere una penalizzazione per l'impresa ispezionata. Infatti difficilmente un ispettore del lavoro (sui quali esigui trattamenti economici  è bene non soffermarsi) si sentirà di attestare la regolarità dell'azienda; di fatto un incentivo a facilitarsi il lavoro elevando sempre e in ogni caso qualche contestazione.

La nuova normativa, al di la delle ragioni più appariscenti, costituisce un altro bel regalo alle casse degli enti previdenziali che potranno ingigantire, sulla base di queste nuove modifiche, i loro incassi relativi ad importi che lo stato finanzia al fine di agevolare le imprese. Incentivi che, a distanza di tempo, l’Istituto con un semplice verbale di poco conto, è in grado di revocare e presentare all’incasso con le maggiorazioni previste a titolo di sanzioni civili.

La domanda che occorre porsi riguarda soprattutto quale sia la sorte del diritto alla difesa di fronte ad un susseguirsi di norme che da un lato invitano il datore di lavoro ad effettuare nuove assunzioni, ad assumere iniziative incentivate di varia natura e che poi, sulla base di un semplice verbale ispettivo, si vedono costretti a scegliere se pagare subito (e quindi far fare cassa in senso contributivo o sanzionatorio) o pagare dopo (e quindi subire gli effetti nefasti della non tempestiva “regolarizzazione”).

Altro aspetto con il quale ci si dovrà prima o poi confrontare è quello della moltiplicazione delle sanzioni riflesse. Quello che la nuova disciplina ingigantisce è anche il fenomeno della proliferazione occulta dell’apparato sanzionatorio. Insomma, il principio secondo il quale nessuno può essere punito due volte per lo stesso fatto, pare stia letteralmente saltando.

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vito tirrito avvocato diritto del lavoro
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